Un maledetto imbroglio

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Avevo appena finito la (faticosa) lettura di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda (leggete il post che avevo pubblicato su Facebook il giorno in cui avevo terminato la lettura) e mi è sorta la curiosità di vedere il film che risultava tratto dal libro.
Il film è Un maledetto imbroglio di e con Pietro Germi ed è un bel film. È un bel film perché coincide con il libro di Gadda al massimo per un 5%.
Mentre il libro non ha un finale e non risolve, la fantasia degli sceneggiatori del film vanno oltre e realizzano un giallo classico con disvelamento finale dei colpevoli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mio post su Facebook del 20 dicembre 2025:
Iniziato l'11 settembre e finito oggi; più di tre mesi.
Oddio, nel frattempo ho fatto anche parecchio altro e ho anche letto un altro libro ("La questione del metodo" di Jacques Bonnet), ma è stato comunque estremamente faticoso.
Sto parlando di "Quer pasticciaccio brutto de via Merulana" di Carlo Emilio Gadda.
Perché l'ho letto? Perché ho sentito un'intervista ad Andrea Camilleri che individuava in due libri i capostipiti del giallismo italiano: "Il giorno della civetta" di Sciascia e il Pasticciaccio di Gadda.
Il libro di Sciascia l'ho letto in un paio di giorni e mi è piaciuto.
Er pasticciaccio, al contrario, mi ha profondamente frustrato.
Ammetto la mia ignoranza, ma la maggior parte delle pagine mi scorrevano sotto gli occhi come scritte in una lingua che non conoscevo, nonostante la mia discreta familiarità con il napoletano e il romanesco; in effetti era proprio l'italiano che non capivo.
Avete presente la "metasemantica" di Fosco Maraini ("Il Lonfo non vaterca né gluisce e molto raramente barigatta")?
Beh, quando il Gadda scrive "Era giornata lasca, il dolco aveva bevuto ai padùli" io risento il barigattar del lonfo, con la differenza che nella scrittura di Gadda, magari con l'aiuto di Treccani, il senso ci dovrebbe essere.
Ogni tanto mi soccorreva il vernacolo livornese del mio fraterno amico Riccardo, per cui capivo che "bandone" significa "lamiera", ma sono brevi lampi di luce nel buio fitto.
Mentre, sul tetto del suo surreale canile, dattiloscrive il suo romanzo "Era una notte buia e tempestosa", a un certo punto Snoopy si volta verso il pubblico e dice "Alla fine tirerò le fila di tutto ciò".
Ed è quello che, arrivato in prossimità di pagina 307 dell'edizione Adelphi, speravo avrebbe fatto anche Gadda.
Invece ho dovuto discorrere a lungo con Chat GPT, che mi ha confermato (ciò argomentando come scelta stilistica e filosofica) che in effetti il libro non ha un finale, ovvero vuol dire che nella vita non c'è verità disvelabile ma solo caos e incertezza.
Orbene, dopo trecento pagine di faticoso impegno con l'illusione di vedere alla fine la luce in fondo al tunnel, questa diversa soluzione mi ha fatto pensare che, potendogli rivolgere personalmente la parola, avrei indirizzato al Gadda quell'espressione tipica della nostra capitale che fa esplicito e irrispettoso riferimento agli avi defunti dell'interlocutore.
E mi chiedo: ma quelli che, quando dici loro che stai leggendo il Pasticciaccio, esclamano giulivi "Ah, sì? Che bello!" l'hanno letto e trovano vestito quel re che a me appare nudo, o hanno un dominio della lingua italiana decuplo del mio o semplicemente non l'hanno letto ma il titolo sembra loro foriero di piacevole lettura?
Da parte mia, senza offesa per C.E.G., suggerisco la lettura di altri testi (ad esempio la incredibilmente sottovalutata autobiografia di Giacomo Casanova, che ritengo documento di rara vitalità storica e letteraria).
Mi rifarò la bocca leggendo una raccolta di testi di Gigi D'Alessio.

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